Yuval Noah Harari intervistato dall'Economist: l'IA come esperimento sociale e psicologico su scala mondiale
Un'ora di conversazione tra lo storico di «Sapiens» e la direttrice del settimanale britannico: l'intimità con le macchine, la coscienza dei modelli, gli agenti artificiali nel mercato del lavoro e un mondo diviso in blocchi.
- Fonte
- The Economist
- Canale
- YouTube, The Economist
- Ospiti
- Yuval Noah Harari, intervistato da Zanny Minton Beddoes
- Pubblicato
- 26/08/2026
- Lingua
- inglese
- Accesso
- Lettura libera
- Visualizzazioni
- 1,85 milioni al 09/10/2026
Questo video è la versione integrale della conversazione da cui l’Economist ha tratto, alla fine di agosto, un articolo sui rischi economici e politici dell’intelligenza artificiale. Da una parte c’è Zanny Minton Beddoes, direttrice del settimanale britannico, dall’altra Yuval Noah Harari, lo storico israeliano autore di «Sapiens» e, più di recente, di «Nexus», un libro dedicato alla storia delle reti di informazione. La conversazione dura un’ora e sette minuti; la sintesi che segue è ricavata dalla descrizione ufficiale e dalla struttura dell’intervista.
Harari parte dalla tesi che sostiene da alcuni anni: l’intelligenza artificiale non è uno strumento come la stampa o la radio, che diffondevano idee prodotte dalle persone, ma il primo agente della storia capace di prendere decisioni e di produrre idee in modo autonomo. Da qui deriva l’osservazione che dà il titolo a questa scheda: mettere miliardi di persone in un rapporto quotidiano con sistemi che imitano l’intimità umana equivale, secondo lui, a un esperimento psicologico e sociale senza precedenti, condotto senza un gruppo di controllo con cui confrontare i risultati.
I temi affrontati seguono un ordine preciso. Il primo è la possibilità che l’IA prenda il controllo della civiltà, e che cosa si debba intendere con la parola «controllo». Il secondo è l’intimità con le macchine, e il rischio che il rapporto con un’entità che non ha bisogni né umori diventi più comodo di quello con le persone. Il terzo è la questione della coscienza dei modelli, che Harari considera aperta e pericolosa in entrambe le direzioni, sia che la si attribuisca a torto sia che la si neghi a torto. Il quarto sono quelli che chiama «immigrati digitali», cioè agenti artificiali che entrano nel mercato del lavoro e nella vita pubblica senza attraversare alcuna frontiera. L’ultimo è la geopolitica, con il rischio di un mondo diviso in grandi blocchi dell’IA che non condividono né dati né regole.
Il valore del video sta nel confronto tra due punti di vista: Minton Beddoes ragiona da economista e chiede numeri e conseguenze pratiche, Harari risponde da storico e allarga lo sguardo ai secoli. I passaggi più interessanti sono quelli in cui non riescono a convincersi a vicenda.
Perché conta
Per chi gestisce persone, in un’azienda o in un ufficio pubblico, è la versione ragionata di una preoccupazione che circola sempre più spesso: che l’IA cambi non solo il lavoro, ma anche il modo in cui le persone comunicano e si fidano le une delle altre. Harari non offre soluzioni operative, ma fornisce concetti e parole per discuterne senza ridurre tutto a slogan.
Scheda scritta dalla redazione il 09/10/2026. È una sintesi originale, non una traduzione: per il testo completo vale solo il link qui sopra. Il video è incorporato dal player ufficiale di YouTube.