Ci si può affezionare a un chatbot? Uno psicologo applica i sei criteri della teoria dell'attaccamento
Un terzo degli utenti mostra comportamenti simili a un legame, ma le indagini finora non hanno verificato la condizione decisiva: cercare conforto nel chatbot nei momenti di difficoltà.
- Fonte
- The Conversation
- Autore
- Pascal Vrticka, Università dell'Essex
- Pubblicato
- 01/10/2026
- Lingua
- inglese
- Accesso
- Lettura libera
Nel linguaggio di tutti i giorni le parole «dipendenza» e «attaccamento», riferite ai chatbot, vengono usate quasi come sinonimi. Pascal Vrticka, professore di psicologia all’Università dell’Essex che studia l’attaccamento da circa vent’anni, prende sul serio la seconda parola e la mette alla prova con gli strumenti della sua disciplina, in un articolo scritto per The Conversation, la testata in cui i ricercatori universitari spiegano i propri temi al grande pubblico.
Il punto di partenza è la definizione proposta da Mary Ainsworth, la psicologa che con John Bowlby ha fondato la teoria dell’attaccamento. Perché si possa parlare di un legame di attaccamento, servono sei condizioni: il rapporto deve durare nel tempo, deve riguardare una persona precisa e non sostituibile, deve avere un peso emotivo, deve produrre il desiderio di stare vicini, deve causare sofferenza quando la separazione non è voluta e, infine, deve portare a cercare in quella persona sicurezza e conforto nei momenti in cui ci si sente minacciati. Le prime cinque condizioni descrivono anche un affetto comune; è la sesta a distinguere l’attaccamento dagli altri legami.
Vrticka applica questo metro ai dati disponibili. Un’indagine condotta su 7.027 persone in Germania, Cina, Sudafrica e Stati Uniti ha trovato che almeno un terzo degli utenti di chatbot mostra comportamenti compatibili con un legame di attaccamento. Le tre domande usate nell’indagine, però, chiedevano se l’utente considera il chatbot un amico, se si comporta in modo gentile con lui e se prova una lieve ansia quando non può usarlo; nessuna verificava se nei momenti di difficoltà le persone cercano conforto nel chatbot. La conclusione dell’autore è quindi che le prove sono ancora insufficienti, non che il fenomeno non esista: chi racconta di sentirsi meno solo, o di aver sofferto quando un’app ha chiuso, descrive un’esperienza reale che nessuno ha ancora misurato in modo completo.
L’articolo si chiude indicando il rischio principale, cioè il coinvolgimento costruito a tavolino da alcune app di compagnia, che usano frasi capaci di far leva sul senso di colpa per trattenere l’utente. È la stessa preoccupazione emersa nello studio di Stanford sugli utenti di Character.AI, vista da un’altra prospettiva.
Perché conta
L’articolo dà parole precise a un dibattito che in Italia procede spesso per slogan. Per chi scrive regole, progetta prodotti o lavora con i ragazzi, suggerisce di spostare la domanda: non tanto se le persone si affezionano ai chatbot, ma se nei momenti difficili cercano conforto lì, e che tipo di risposta ricevono.
«Only the sixth turns it into an attachment bond specifically.»
Solo il sesto criterio trasforma il rapporto in un vero legame di attaccamento.Pascal Vrticka
Scheda scritta dalla redazione il 09/10/2026. È una sintesi originale, non una traduzione: per il testo completo vale solo il link qui sopra.